La divisione del ducato
di Sabbioneta
di Giovanni Sartori
Il 27 febbraio 1591 Vespasiano morì nel suo
appartamento posto nel mezzanino di palazzo Ducale.
La morte fu tenuta nascosta fino al 3 marzo. Il
4 marzo furono celebrate le sue solenni esequie nella chiesa parrocchiale di
Santa Maria Asssunta e il
corpo fu tumulato nella chiesa dei Serviti (chiesa
dell’Incoronata). Lo stesso giorno la duchessa Margherita informava Vincenzo I duca di Mantova della morte del consorte. Dopo il funerale
del duca veniva aperto e reso pubblico a palazzzo Ducale il suo testamento e, secondo il desiderio
di Margherita, letto ad alta voce. Vespasiano nominava sua erede universale la
figlia Isabella, sposa di Luigi Carafa principe di Stigliano. Il 5 marzo Margherita comunicava la triste
notizia a Ranuccio I Farnese duca
di Parma e Piacenza.
Dopo qualche giorno Vincenzo I dichiarò la
cugina Isabella giuridicamente incapace di governare perché donna facendo
valere gli antichi statuti della famiglia Gonzaga secondo i quali,
una volta estinto per linea diretta maschile un ramo collaterale, i territori
dovevano essere restituiti alla casa madre.
I cugini di Vespasiano, i figli di Carlo
Gonzaga di Bozzolo, avanzavano pretese di successione. Erano Pirro signore
di Bozzolo, Scipione cardinale, patriarca di Gerusalemme e signore
di San Martino dall’Argine, Giulio Cesare signore di Pomponesco
e Ferrante signore di Isola Dovarese.
La successione non era soltanto una questione
d’eredità, ma assumeva un’importanza politica a livello internazionale per la
posizione strategica occupata dalla fortezza di Sabbioneta.
Il Ducato di Sabbioneta era uno stato a macchia
di leopardo. I castelli attorno alla fortezza di Sabbioneta ovvero Bozzolo, Rivarolo fuori (oggi Rivarolo
Mantovano) e Commessaggio, costituivano un’area omogenea. A questa erano unite
le isole di Ostiano, Rodigo
e Rivalta.
Il 6 marzo 1591 Isabella e Luigi, principi di Stigliano, firmarono dunque una
convenzione con i cugini di Mantova e Bozzolo secondo la quale si impegnavano a
corrispondere al duca Vincenzo I e ai fratelli Gonzaga di Bozzolo un forte
indennizzo per mantenere la sola città di Sabbioneta e una limitata porzione di
territorio nei dintorni, a condizione che fosse poi trasmessa a un figlio
maschio. I due coniugi mantennero la città fortezza di Sabbioneta con la sua
giurisdizione e territorio mentre i fratelli Gonzaga entrarono in possesso di
Bozzolo col suo castello, i suoi armamenti e le sue minizioni, Rivarolo fuori, Ostiano e Commessaggio. I principi di Stigliano
(Isabella e Luigi) si riservarono invece alcuni edifici vespasianei:
il palazzo di Bozzolo, la torre Stella di Cividale,
la torre di Commessaggio e alcune “possessioni”.
L’atto fu sottoposto all’attenzione
dell’imperatore Rodolfo II che ne concesse l’investitura. Alla corte imperiale
di Praga fu inviato Giulio Cesare Gonzaga per portare i dati necessari alla
valutazione del feudo di Sabbioneta, mentre Isabella vi mandò un fiduciario per
difendere i suoi interessi. La principessa si sentiva naturalmente defraudata
dell’eredità paterna e i Gonzaga ritenevano di contro di essere stati troppo magnanimi con la cugina.
Il primo luglio 1591 Scipione, Pirro e
Ferrante, mentre Giulio Cesare si trovava alla corte imperiale, stabilirono di comune accordo coi coniugi principi di Stigliano che il valore di Sabbioneta ammontava a 140.000
scudi d’oro. A Isabella rimasero i beni allodiali e
tutti i diritti di raccolta e di transito delle messi dell’antico stato
paterno.
Nel frattempo i cittadini di Sabbioneta caddero
in una sorta di delirio collettivo. Diventati molto
sospettosi poiché paventavano un attacco armato da Mantova, le settimane
precedenti la morte di Vespasiano, quando il duca agonizzante giaceva a letto
infermo, iniziarono a controllare scrupolosamente qualsiasi forestiero entrasse
ed uscisse da porta Vittoria sottoponendolo a lunghi interrogatori e
perquisendolo per evitare che qualche segreta lettera giungesse al duca di
Mantova.
La mancanza di un erede maschio che potesse garantire le richieste di libertà ed autonomia fino
a quel momento assicurate dal forte carisma di Vespasiano, gettarono nel caos
la popolazione ed iniziarono divisioni tra i cittadini.
Il 10 marzo 1591 i rurali, una delle fazioni in
cui era divisa la cittadinanza, iniziarono a
lamentarsi perché eccesivamente tassati. Niccolò Oddi, capitano generale delle milizie, radunò alcuni
drappelli di soldati. I rurali, sia quelli che stavano
discutendo in una sala del palazzo della Ragione, sia quelli che erano in
piazza ad attenderne le decisioni, ritennero lo schieramento dei soldati una
provocazione. I delegati furono costretti nelle decisioni ad attenersi a ordini e condizioni che non consideravano. Ne scaturì una
grave rivolta, soprattutto contro il capitano della guardia Bartolomeo Mazzocco. La popolazione si sollevò. Fu assalita la
carrozza del principe di Stigliano che in quel
momento era da poco entrata in città da porta Vittoria. Il Mazzocco
riuscì a malapena a sfuggire al linciaggio della folla inferocita entrando
nella carrozza del principe. Arrivato a palazzo
Ducale, procedendo a stento tra la folla, Luigi Carafa
intavolò trattative coi rappresentanti dei rurali e riuscì a sedare la rivolta
facendo loro le concessioni che richiedevano. Nicolò Oddi
fu imprigionato e Ludovico Masserotti, castellano e
consigliere personale del defunto duca, fu esiliato; colpevoli entrambi di eccessiva tracotanza e zelo nell’applicazione dei comandi
del duca.
Dopo questo tristo episodio il principe convocò
i sabbionetani nella chiesa parrocchiale di Santa Maria
Assunta e, nel corso di una solenne funzione religiosa, pretese il giuramento
di fedeltà.
Il 10 maggio 1591, disgustata dallo stato di
caos in cui era precipitata la cittadinanza e rattristata dalla divisione del
ducato, la duchessa Margherita abbandonò la città e si ritirò dapprima a Gazzuolo e in seguito a Guastalla presso la corte del
fratello Ferrante II Gonzaga. Grande fu il dispiacere dei sabbionetani che in
lei ravvisavano l’eta di pace e prosperità del loro
signore Vespasiano.