Il racconto / short story
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IL CONCILIO DEGLI EBREI Racconta un antico Midrash, un po' apocrifo e un po' inventato, che
le anime dei defunti possono incontrarsi una o due volte nell'arco di un
secolo. Però, per non fare troppa confusione, visto che il loro numero
aumenta sempre, si riuniscono a gruppi, in una specie di concilio familiare
attorno al più illustre dei vari capostipiti, soltanto le anime arrivate nel עדן גן (il Gan
Eden, il Paradiso, insomma) durante un certo secolo, il
diciassettesimo, o diciottesimo, o quel che sia. Oppure, per dirla
all'ebraica, nel cinquantatreesimo, o cinquantaquattresimo. Così, qualche tempo fa, si è riunita Adesso i Pugliesi sono lì, variamente sistemati sulla
montagnola di nuvole loro riservata, a spettegolare del più e del meno, di
quello che ricordano, o di quello che non riescono a ricordare, parlano di se
e dei loro discendenti, dei quali non sanno quasi niente. "Sono troppi..." si lamenta sempre Eva, una delle tre più
anziane. "Come si fa a ricordarli tutti?" Sua figlia replica con tono garbato, ma con un sospiro
di stanchezza: "Non ricordavate neppure i nomi dei vostri nipoti, i miei
figli, quando eravamo laggiù, in paese." "Giuditta, figlia mia, uno dopo l'altro, li
facevi. Guarda, ne hai ancora tre piccoli, adesso, qui." L'altra, anziana anche lei, richiamata a quella mai
dimenticata realtà, sistema meglio, in certe morbide fosse di nuvole, che
sembrano culle, i due più piccoli, Consola Bella Speranza, che aveva 12
giorni nel 1841, e che sempre li avrà, e Vitale, che aveva 27 giorni nel 1843
e che sempre li avrà. Tira un po' più vicino a sé Isaia Vitale, l'ultimo dei
suoi undici nati, tre anni nel 1852, che porta anche il nome di quel
fratellino che lo ha preceduto nel Gan Eden, e che
avrà tre anni per sempre e gli mostra come fare delle palline di nuvole,
colorarle con l'azzurro intenso del cielo e con l'oro dello splendore di Dio,
il Santo e Benedetto, per poi farle rotolare qua e là. Anche a Giuditta, in effetti, si confondono un po' le
idee. Non ricorda più tanto bene la casa della sua infanzia, una delle case
Forti di Lì c'era Giuditta lo cerca, ansiosa, allunga lo sguardo attorno
alle nuvolette. Dietro di lei, sua madre Eva confabula con nonna Ricca e
ancora la rimprovera per averle fatto sposare quel Vitale Forti, che non era
neppure di Mantova, come loro, i Norsa, obbligandola a lasciare tutto per
spostarsi nel paese di lui, Ricca, la madre, le risponde con pazienza, che quel
negozio era stato necessario, sì, lo chiama proprio così: un
"negozio", un "contratto", e che lei, Eva, dato che non
aveva più il padre, in quel modo era protetta, se qualche cosa di brutto
fosse successo, Dio non voglia, a suo marito Vitale. L'usanza di Mantova era
quella, e se Eva fosse rimasta vedova, sarebbe stato uno dei quattro cognati
a prenderla in sposa, e a dare il nome di Vitale Forti, il nome dei Forti,
insomma, anche ad un eventuale bambino non ancora nato, oppure al primo dei
suoi. "Non ci voglio neppure pensare - risponde Eva - Se
fosse successo, gli avrei sputato contro e gli avrei tirato una
ciabatta!" "Allora le conosci, le
nostre usanze...." le sorride la madre. Ma Eva, ricordando quegli anni, non si calma affatto. "Mi hanno solo dato da fare, quei quattro! Ho visto
con gioia il momento in cui, uno alla volta, se ne sono finalmente andati, a
Milano, a Torino, a Verona, per le loro strade..." "Non sei generosa, Eva" - Eva è esasperata, una cosa che nel עדן גן, nel Gan
Eden, non dovrebbe succedere, ma che succede, e completa la frase della
madre. "Sì, essere prolifici e
moltiplicarsi nel mondo al servizio di Dio. Ha ha ha!
E lasciare degli orfani, come hanno fatto mio padre, e mio suocero, e mia
suocera, che Dio li perdoni... E i loro figli li ho dovuti crescere io!" E ancora Eva borbotta, e non
sorride neppure guardando i tre nipotini, piccoli, rosei, teneri nelle carni
evanescenti, e neanche si accorge che manca Cesare Felice, il tredicenne, lo
studente, come tutti lo chiamavano, perché era studente nel 1853, e tale
sarebbe rimasto, per sempre. Poco lontano camminano avanti e
indietro, un po' curvi, con le mani dietro la schiena, senza timore di
inciampare in quelle nuvolette molli che si scansano sotto i loro piedi, il
vecchio Angelo Pugliesi e il mekutn,
il consuocero, Vitale Forti. Sembrano ancora soddisfatti, come allora, nel
1828, di avere combinato quel matrimonio tra Israel Giacobbe e Giuditta. Ogni
tanto Angelo ha un tremore, nulla di grave, che il Signore ci protegga, appena
un brivido. Vitale lo guarda di sbieco, quasi timoroso di assistere al
ripetersi delle convulsioni che lo hanno portato qui all'improvviso, un anno
prima di quel famoso matrimonio. Infatti Angelo
ancora si rammarica di non avere
potuto essere presente alle nozze, e vuole che il consuocero, che invece c'era,
sia ringraziato il Santo e Benedetto, gli racconti tutto un'altra volta.
Quanto hanno speso? E chi è venuto? C'era la musica? Regali ce ne erano
stati? Ah, sì! E la terra, la terra come rendeva? Le case erano ancora bene affittate? Ma i
contadini li pagavano i frutti? e li avevano poi
pagati, quei debiti fatti quando l'inondazione aveva distrutto i raccolti?
Ah, no? E se ne erano andati? Avevano abbandonato la terra? Ricomprata per poco, dai Forti e dai Pugliesi, allora... he he he!
Il vecchio Angelo un po' ride e un po' rabbrividisce per quel po' di
convulsioni che gli sono rimaste attaccate, per sempre. "Mio figlio Israel Jacob, ve
lo avevo detto, ha saputo fare il suo dovere con la vostra ragazza, con
Giuditta. Undici figli, le ha fatto fare. Come lo so? Me lo ha detto lei. No,
lui, Israel, non mi ha detto niente. Chissà dove è, adesso, so soltanto che
era andato a Padova, da uno dei figli. Non ci viene mai, a questo concilio.
Ma non vedo nemmeno Cesare Felice, quel birbante d'un ragazzo. Quello lì
almeno qualche volta lo ho visto, quassù nel Gan
Eden. Come lo so che è un birbante? E' sempre In quel momento Cesare è lì, o
forse era già lì, prima. Così succede nel Gan Eden:
non c'è differenza tra il prima e il dopo, è un
eterno presente, ed è soltanto la vecchia abitudine di chi ormai sta lì, e ci
starà in eterno, che fa pensare al tempo come diviso fra un prima e un dopo.
Comunque sia, Cesare adesso è lì, e corre tra i vari gruppi dei suoi parenti,
dà un bacio alla madre, fa qualche buffa smorfia ai fratellini, si inchina
alle nonne, cammina dietro ai nonni imitando la loro andatura lenta e un po'
curva. Poi ricominciava con i suoi giri. "Ma fermati dunque un
poco!" lo invita Giuditta, la madre. "Tu che vai sempre in giro,
con quel permesso speciale che ti ha dato il Santo e Benedetto, raccontaci
qualche cosa di quello che hai visto. C'è sempre la
guerra?" "Ah sì, Napoleone"
interviene "Ma quale Napoleone!"
risponde Cesare ridendo. "Quello lì è finito da un pezzo! E anche a "Non esiste nessun Girolamo
Pugliesi". Nonno Angelo interviene in modo perentorio. "Ma sì" insiste Cesare,
allegro e indisponente. "Voi lo chiamavate Salomone, ma lui, dopo che si
è fatto cristiano si è fatto chiamare Girolamo, è andato con i Generali giù
per tutta l'Italia, me lo ha raccontato lui, anzi ho anche letto il suo
diario e dice
che ...." "Basta!" lo interrompe
la madre. "Lo vedi che tuo nonno non vuole sentirne parlare. Piuttosto,
dimmi degli altri. Che notizie degli altri?" "Fortunato si è fatto
crescere un paio di baffi! Dovreste vederli!" "Lo so,
questo. Ma i figli? Che cosa hanno poi fatto i figli? Qualcuno veniva qui, durante l'estate. Quello più grande, alto alto..." "Giovanni..."
l'aiuta Cesare. "Sì, lui. Ci stava poco, con
noi, forse perché era abituato alla città grande e "Io lo so cosa facevano, madre. Studiavano, facevano esperimenti..." "Mah, io so che poi, quando era
ora di cena, e io avevo preparato un bel pollo, oppure l'oca con le verdure
del nostro orto, lui non ne voleva, eppure quelle bestie le avevo uccise io e
avevo anche scolato via tutto il sangue, secondo le regole". "E' diventato dottore,
Giovanni, lo sai?" "Dottore che cura i
malati?" "Sì, madre." "Oh, un nipote medico... e
questi miei figli, bambini, malati e poi...
Chissà... forse..." Giuditta guarda con tenerezza i
suoi tre piccoli. Ora anche Isaia si è addormentato, avvolto in una nuvola leggera
come una copertina. La madre li guarda e caccia via quella idea balzana che
le passa per
la testa, che un nipote medico potesse curare dei bambini malati e che sono
già nel Gan Eden da non si sa più quanto tempo e
magari riportarli in vita. "E poi?" chiede a
Cesare. Ma il ragazzo si è già stancato di
raccontare e corre qua e là fra le nuvole, come uno spirito folletto. Gira
intorno alle nonne e se le poverine stessero lavorando a maglia gli farebbe
rotolare via i gomitoli, giù giù
fino al mondo di prima. Poi fa lo stesso intorno ai nonni, quei nonni che da
bambino non ha conosciuto, e fa loro il verso, e ne imita il parlottio a
bassa voce. "Vai vai,
torna nel keder a studiare, vai dal rabbino
a studiare, tu che sei un eterno studente!" gli fa nonno Angelo. "Studiare, studiare, sempre
studiare! Ma io non faccio che studiare, ormai conosco un sacco di cose che
voi non sapete..." E Cesare comincia a parlare, a
spiegare. Nonni e nonne gli si fanno intorno, e così qualche altro parente,
parenti poveri che non sempre hanno diritto di parlare e che in effetti si limitano ad ascoltare. La scena di quel
ragazzo di 13 anni che parla a un gruppo di anziani i quali seguono con
attenzione le sue parole non è nuova, si è già vista, o si è già letta, da
qualche parte... E' una tipica scena ebraica... Ma non è solo una Bar Mitzvà, ricorda qualcos'altro, qualche cosa di più
importante... dovrebbe essersi svolta in un tempio, un grande tempio, che non
c'è più, forse in Eretz Israel, e non
si sa quando. Gli ebrei riuniti nel concilio non lo sanno, o fanno finta di
non saperlo. Poi Cesare si mette a scherzare
un'altra volta, il gruppo si disperde. E lui non smette di
prendere in giro i nonni: "Ho imparato cose che voi neanche sapete che
esistono. Te-le-fono, te-le-grafo, te-le-visione...". " Te-le-dò, adesso!" Nonno Angelo finge di
corrergli dietro, ma non ce la fa. Cesare scappa, si nasconde dietro
una nuvola e ne sbuca fuori con una scatola in mano, un rettangolo piatto e
lucente. "Guardate, guardate! Avete mai visto questa cosa?" L'appoggia su una nuvola, che ha
spianato con l'avambraccio per farla diventare un tavolo, fa un altro
mucchietto di nuvole e ci si siede, poi alza le braccia verso il cielo.
Cesare, sempre con il permesso speciale che gli ha dato il Santo e Benedetto,
usa il cielo come una inesauribile fonte di energia,
e dalla mano sinistra fa venire la corrente elettrica per accendere il
computer e dalla mano destra si procura un superveloce collegamento ADSL. Immediatamente
il ragazzo è in contatto con il mondo di sotto: "Guardate, guardate, ho
trovato anche una nostra discendente, una discendente lontana, ma proprio una
dei nostri. Guardate!" Curiose, si avvicinano anche le
donne. "E chi è?" "Eccola, è la nipote di una
figlia di Fortunato... mio fratello Fortunato, quello coi baffi... E' una che
vive a Roma, studia le nostre cose, le nostre regole, legge i nostri antichi
libri. Ha anche scritto la storia di famiglia, l'ho letta." "Ma come fai a sapere tutto
questo?" Cesare ride, e come un giovane
hacker, confessa: "Ho la sua password". "Passover?" chiede nonna
Ricca, che è sempre stata un po' incerta d'orecchio. "E' già Passover, Pasqua?" "Password, nonna. Un
modo per leggere tutto quello che lei scrive senza che lei lo sappia. Te lo spiego un'altra volta". Nonno Angelo entra nel suo ruolo
di capostipite. "E di noi Pugliesi di Cesare è imbarazzato. "Non
dice quasi niente, nonno. Invece parla sempre di un
certo Jacob Halpron, sostiene che sia un suo antenato." "Halpron,
Alpron, lo ho sentito questo nome. Non sarà mica un
tedesco, un ashkenazita, eh?" "Nonno, certo che lo hai
sentito. Quel Fortunato ha sposato una ebrea, ma
tedesca, come dite voi, si chiamava Augusta Alpron." "Hmmmm,
abbiamo fatto una mescolanza..." borbotta Nonno
Angelo, e non sembra affatto contento. Giuditta, invece,
crede ora di avere trovato la risposta all'antico interrogativo: "Mio
figlio Fortunato ha sposato una tedesca... è vero! lo
sapevo ma me lo ero dimenticata... Ecco perché mio nipote Giovanni non
mangiava tante cose che io gli preparavo…. Forse i
tedeschi, gli ashkenaziti mangiano delle cose
diverse dalle nostre... ecco". Indifferenti alla soddisfazione troppo
domestica di Giuditta, gli altri Pugliesi sono veramente indignati. Questa
loro discendente parla e scrive del suo ramo ashkenazita
e non di
loro. ebrei italiani ma di origine sefardita. E' una
vergogna, essere così ignorati, loro, che avevano una posizione di primo
piano a "Dobbiamo fare qualcosa",
Anche Vitale Forti e sua figlia Eva vogliono intervenire in qualche modo. "Cesare, se sei così bravo,
con quella cosa, quella scatola..." Il ragazzo è lusingato, e fa un
po' di tentativi con quel rettangolo d'argento. Riesce con facilità, anche perché
dall'alto il Santo e Benedetto, che ha un debole per lui, lo aiuta, però, per
darsi importanza, fa credere ai parenti che si tratti di una
impresa difficile, quasi miracolosa. Cesare sta per fare un miracolo.... "Dunque, vediamo. Prima di
tutto dobbiamo fare in modo che lei ci vada, a "Cosa, cosa?" fanno i
parenti, che cominciano a prenderci gusto. "Lei è' socia di un gruppo,
un gruppo di ambientalisti, fanno dei campi di lavoro... Vedo che ce ne è uno
a "Sì, sì, sì". E' un
coro, entusiastico. Tutto il concilio dei Pugliesi, e dei Forti, e dei Norsa
e degli altri approva Ed è così, per le giuste mosse di
Cesare con quella sua scatola d'argento che la romana abbocca. Va a Ma soprattutto vede le case, anche
la casa dei Forti, che ora si chiama "Palazzo Forti", entra nella
sala più bella, dove c'è No, i Pugliesi di |