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La chiesa della Beata Vergine Incoronata fu edificata nel biennio
1586-88 e sorge dove già in precedenza s’innalzava
la chiesa di San Niccolò, fatta poi demolire per volere di Vespasiano
Gonzaga. Insieme alla chiesa di Santa Maria Assunta
rappresenta il nucleo religioso più vicino alla zona politica della città. L’elemento che la
caratterizza è la pianta ottagonale ispirata a modelli lombardi del XV secolo di matrice bramantesca,
soprattutto la chiesa di Santa Maria Incoronata a
Lodi. I decreti postridentini prevedevano
l’edificazione di chiese con schema centrico quindi la chiesa
dell’Incoronata di Sabbioneta non costituisce un’anomalia rispetto ai più
diffusi impianti longitudinali. La pianta centrale ha
infatti rappresentato l’alternativa a quella longitudinale fin dai
primordi dell’architettura religiosa cristiana e la sua origine è da
individuare in una diffusa tipologia di mausoleo romano. L’idea di realizzare
una chiesa a pianta ottagonale in Sabbioneta nasce probabilmente in seguito
ai frequenti viaggi di Vespasiano nello Stato di Milano oltre alla sua
particolare attenzione ai modelli classici. La struttura interna è
costituita da otto grandi pilastri su cui sono addossate lesene a libro con
capitello dorico, e tra di essi sono disposte otto
cappelle fortemente strombate con arco a tutto
sesto. Sopra le cappelle corre il matroneo costituito da otto bifore con
colonnina centrale di ordine tuscanico intervallate
da lesene a libro ioniche. Sovrasta il tutto una cupola composta da otto grandi spicchi. Tale struttura è completamente
camuffata dalla decorazione settecentesca. I dipinti che ricoprono
le superfici interne vennero effettuati intorno al 1768 da alcuni artisti casalasco-viadanesi che si erano formati presso Antonio
Galli Bibiena, presente nel mantovano in quegli
anni. L’effetto di innalzamento prospettico creato
dalla quadratura settecentesca interna spinge lo sguardo del fedele verso
l’alto creando l’illusione che l’edificio sia più alto. Lo schema centrico non
permette di stabilire quali delle cappelle sia più
importante, solo il loro arredo interno annulla l’uniformità della
struttura. Tre cappelle, addossate alla loggia d’ingresso, ospitano il
portale d’accesso e due porte, le rimanenti cinque custodiscono quattro
altari e il monumento funebre di Vespasiano Gonzaga. L’altare maggiore è
sormontato da una nicchia in cui è posta la statua in cartapesta della Vergine
Addolorata ed Incoronata realizzata nel 1766 dallo scultore bolognese
Angelo Piò. Sopra gli altari delle due cappelle di
destra sono poste due tele tra cui spicca, per
qualità, la Fuga in Egitto realizzata da un pittore parmense nel
secondo decennio del Seicento. La seconda cappella a sinistra dell’altare
maggiore conserva invece un bel dipinto vicino alla maniera del pittore viadanese Giovanni Morini che ritrae la Vergine incoronata dagli angeli tra i santi
Pellegrino Laziosi, Giuliana Falconieri e il Beato
Gioacchino Piccolomini. Le rimanenti tre
cappelle con accesi sono occupate nella parte superiore da tre balconi lignei
che ospitano l’organo e due cantorie. Nelle cappelle
ai lati del portale sono posti due confessionali intagliati nella seconda
metà del Settecento dal marangone locale Antonio Maria
Lodi e sempre a lui spettano le panche-inginocchiatoio disposte su quattro file nel centro. Alla base delle lesene a libro
sono posti otto piccoli quadri settecenteschi che costituiscono la Via matris: sette rappresentano i dolori della Vergine,
l’ottavo ritrae la Madonna in solitaria meditazione. Questo singolare ciclo
pittorico testimonia la particolare devozione dei Servi di Maria al culto della Madonna
Addolorata. La
chiesa dell’Incoronata oltre ad essere l’edificio dei Serviti divenne il
mausoleo di Vespasiano per sua espressa volontà testamentaria. All’interno è
custodito infatti il suo monumento funebre
realizzato nel 1592 da Giovan Battista della Porta
in rarissimi marmi policromi, al centro del quale fu collocata la statua
bronzea di Vespasiano. La scultura, che ha dimensioni leggermente più grandi
del naturale, ritrae Vespasiano abbigliato con un’armatura
classicheggiante e seduto su di una sella curulis
dai piedi terminanti ad artiglio con i braccioli a voluta. È opera dello
scultore aretino Leone Leoni e fu probabilmente realizzata
all’inizio degli anni Sessanta del Cinquecento. Immediato è il riferimento
alla statuaria antica nella mano destra alzata in gesto di saluto o comando
che replica il medesimo atteggiamento del Marco Aurelio capitolino.
L’impostazione rinvia alle statue michelangiolesche dei due monumenti funebri
della sacrestia medicea di San Lorenzo a Firenze. Niccolò De Dondi, cronista contemporaneo a
Vespasiano, ci informa che mentre Vespasiano era in vita, la statua si
trovava su di un alto basamento di fronte al Palazzo Ducale e che fu ubicata
all’interno della chiesa nel 1592 subito dopo la morte del duca. Nell’estate del 1988
durante i lavori di risanamento della pavimentazione della chiesa fu scoperta la tomba di Vespasiano Gonzaga. Al disotto del
monumento marmoreo era presente una cripta chiusa da un muro di sbarramento,
come attesta il Libro dei Morti conservato
nell’Archivio Storico Parrocchiale di Sabbioneta. Nella tomba, invasa da
finissimi sedimenti che costituivano uno spesso strato, furono rinvenuti i resti ossei della famiglia ducale di
Sabbioneta. Sull’unico scheletro
ancora in composizione anatomica, quello di Vespasiano Gonzaga, fu ritrovato
un piccolo ciondolo d’oro, il “Toson d’oro”
l’ordine cavalleresco più ambito e prestigioso del
Rinascimento. La parola Toson deriva dal
sostantivo femminile francese toison che
significa “pelle” ed indica il vello d’oro di un leggendario ariete. La sua
origine risale al mito di Giasone che, insieme ai più valorosi eroi greci,
partì sulla nave Argo alla sua conquista. Essi raggiunsero la Colchide e si inoltrarono in una
fitta selva per recuperare il prezioso talismano sorvegliato da un
terrificante drago. Pericoli, rischi, minacce naturali e soprannaturali
colsero i naviganti durante la loro traversata. Per analogia i cavalieri
insigniti del prestigioso ordine dovevano affrontare
rischi ed imprevisti per difendere l’ortodossia cattolica dai suoi nemici;
dovevano essere in grado di prendere importanti decisioni, possedere un forte
senso della giustizia, ma anche avere una vasta cultura. L’ordine fu
istituito da Filippo il Buono duca di Borgogna a
Bruges nel 1429 e raffigura la pelle dalla lana d’oro del favoloso ariete
alato. Alla morte di un cavaliere membro dell’ordine, i
suoi esecutori testamentari dovevano restituire il gioiello secondo una
rigidissima clausola degli statuti, poiché esso era nominale e non
trasmissibile agli eredi. Per questo motivo sui resti di Vespasiano
Gonzaga non è stato ritrovato il prezioso collare che reggeva il piccolo
ciondolo. Una speciale concessione aveva permesso di trattenere il pendente
anche dopo la sua morte. Vespasiano fu insignito del prezioso collare del Toson d’oro nel 1585 per conto del re cattolico Filippo
II; l’ottenne dalle mani dell’amico Ottavio Farnese
durante una solenne cerimonia nel duomo di Parma. Il gioiello oggi si
conserva nella Sala del Tesoro del Museo d’Arte Sacra, allestito nella
casa arcipretale di Sabbioneta, insieme a preziosi
oggetti e paramenti. |
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