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la stamperia ebraica di Tobia Foà |
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Tobia Foà, uno dei
più ricchi e potenti ebrei di Sabbioneta, "che gli ebrei nelle loro
edizioni qualificano, ed onorano col titolo di Akatzìn, e di Anadìv, di principe,
e di grande signore, favorì ed accolse in propria casa la stampa, come trentaquattr'anni prima fatto avea
in Venezia il celebre Bombergo". Così scrive Giambernardo
De Rossi, nel 1780, del fondatore della tipografia ebraica di Sabbioneta che
dal 1551 al 1559 stampò opere talmente originali e tipograficamente curate da
poter essere sicuramente annoverate tra le migliori in lingua ebraica nel XVI secolo. Molto è stato scritto per magnificare la
tipografia sabbionetana del Foà come importante
istituzione della nuova Città fondata da Vespasiano Gonzaga. Come per molte cose sabbionetane
va ridimensionato il contesto e tralasciata la
leggenda. In primo luogo, per gli anni in cui operò, l'ubicazione della
stamperia del Foà va
ricercata nell'antico borgo medievale che sorgeva attorno al Castello ed è
forse significativo che la sua attività sia terminata proprio quando ebbe
inizio la costruzione della nuova Sabbioneta. In secondo luogo l'esiguità del
nucleo ebraico sabbionetano e la mancanza di una tradizione tipografica
precedente escludono l'ipotesi di un'esigenza sorta
per precisi bisogni culturali. Nemmeno l'esistenza in quegli anni di
particolari esigenze amministrative legate ad importanti attività commerciali
o di governo e nemmeno l'esistenza di tribunali o scuole (esigenze che
iniziarono ad esistere solo dopo il 1562) giustificavano l'apertura di una
tipografia. Viene quindi spontaneo pensare che a Sabbioneta, come in altri
centri italiani in quel periodo, la stamperia ebraica sia sorta solo e semplicemente
come conseguenza della grande domanda di libri
ebraici che non poteva essere soddisfatta da Venezia, il maggiore centro
tipografico italiano. E' noto infatti che
dal 1553 sino al 1563 la stampa di testi ebraici a Venezia venne quasi
totalmente interrotta a causa della lite intercorsa nel 1550 tra i due
maggiori stampatori ebraici veneziani: Marc'Antonio
Giustiniani ed Alvise Bragadini. A Sabbioneta Tobia Foà
non fu infatti uno stampatore (e talvolta nemmeno
l'editore) ma solo socio-finanziatore di un'impresa commerciale formata
inizialmente con il padovano Giuseppe Shalit
Tedesco su testi forniti dal pesarese Aronne Chaviv. Il Tedesco fu l'autore della prefazione al
primo libro stampato nel 1551 a Sabbioneta, il Commento al Deuteronomio di Isaac Abravanel e della prefazione al Chazùt
Kashè (Visione dura) di Isaac Arama, stampato nel 1552, oltre che correttore dei Pirkè Avot
(Capitoli dei padri) col Commento Lechem Jehudà (Pane di Giuda) stampato nel 1554. Lo Shalit Tedesco
si trasferì poi a Mantova dove tra il 1556 ed il 1558 stampò in proprio
cinque libri ebraici. Inizialmente la società del Foà
si avvalse dell'opera dello stampatore Giacobbe Coèn di Gazzuolo che poi passò
a Mantova dove, tra il 1556 ed il 1563, in società con Meir
lo Scriba, stampò circa 30 opere ebraiche di pregio. Tra il personale della tipografia v'erano
anche due cristiani svizzeri assunti a Venezia, tali Gaspare Griffi e Rodolfo
di Zurigo; quest'ultimo
conosceva sia il latino che il greco e l'ebraico.
Nel 1554, ad esempio, uscì il Compendio Talmudico detto l'Alfassì in tre volumi in foglio di straordinaria
bellezza tipografica, con la prefazione del dotto ritualista piemontese Joshua Boaz de Benedetti. L'Adel-Kind verrà allontanato da Sabbioneta proprio dal Foà a motivo della sua conversione al cristianesimo e
sostituito dai figli dello stesso Foà, Eliezer e Mordechai con l'intervento di vari stampatori
specializzati assunti a contratto per ogni opera. E' il caso, per esempio, di Vincenzo Conti
che già operava a Cremona con una propria stamperia e che stampò in
Sabbioneta nel 1556, per il Foà, il Sefer minhaghim,
o Libro dei riti, di Jacob Levita Moellim, quel Maharil che lo stesso Conti ristamperà poi in Cremona nel 1558 e nel
1565. Nel 1558, in uno degli ultimi libri stampati
nella casa del Foà, il Cantico dei Cantici,
troviamo come editore Raffaele Treves, rabbino di
Sabbioneta, lo stesso che nel 1553 aveva firmato una
poesia ebraica pubblicata a tergo del frontespizio del Morè
nevuchim (Guida degli smarriti). L'attività della stamperia si arrestò
bruscamente nel 1559, dopo la pubblicazione accertata di almeno 24 libri.
Probabilmente l'impresa si esaurì per la morte dello stesso Foà ma
non va trascurata la circostanza che proprio in quell'anno
vennero pubblicamente bruciati i Talmud a Cremona, nella cui diocesi
era ed é ancora compresa Sabbioneta. L'ultimo libro che era in lavorazione
nella stamperia, i Commentari di Ovadià da Bertinoro fu poi
terminato a Mantova ma anche il Conti, nel 1560, pubblicò a Cremona un libro
iniziato nella casa del Foà sin dal 1557, il Machazor, Compendio di preghiere ebraiche di rito
tedesco con Commento. Alcuni studiosi indicano ancora due opere
come uscite dai torchi del Foà anche negli anni
1589 e 1590 ma sussistono fortissimi dubbi sia sulla veridicità delle date
sia sulla possibilità che in quegli anni abbia
potuto materialmente operare una tipografia ebraica in Sabbioneta e
soprattutto che Tobia Foà, già indicato come
"vecchio" trent'anni prima potesse
continuare in quegli anni la sua impresa. I bei caratteri ebraici della stamperia del Foà finirono a Venezia, alla Bragadina,
come dimostra una piccola Bibbia, colà pubblicata
nel 1615-16, che nel frontespizio riporta di essere stata stampata "beodjoth", coi caratteri, di Sabbioneta. [2000 – Umberto Maffezzoli] |